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L'Italia e il terrorismo

C’è una gioia cupa – non troppo bene dissimulata – che traspare dalle cronache giornalistiche dopo l'attacco terroristico di Nassiriya:

- Contiamo qualcosa perché siamo morti pure noi.

- Finalmente! – sibila il narcisismo popolare di fronte all’inatteso successo dell’immagine nazionale nel mondo. Ancora una volta (e per sempre) il sangue fa la differenza tra ciò che nella storia merita il più e il meno dell’attenzione.

Per molti è arrivato il tanto desiderato segnale della maggiorazione simbolica che arricchisce quella brutta fantasia del "collettivo" che chiamiamo "tradizione". Tradizione come tradimento volontario dei fatti, come processo politico (in questo caso più che mai) identitario che opera per trasfigurare gli accadimenti. I discorsi si moltiplicano attorno al centro caldo che è l’orgoglio d’esserci, smarrendo il senso del loro deambulare “fantasma”, e non è ammessa tregua…

Il telegiornale, il giornale, il rotocalco, la tavolata politica, etc…, ciascun filtro secondo le proprie possibilità va fatto agire senza sosta nel calderone dell’informazione, per non lasciare spazio al vuoto di senso da cui ogni evento si produce e nel quale finisce. Eccoci, siamo noi, guardateci vestiti di nero – nazione ritrovata in abiti di circostanza – mentre piangiamo gli eroi di una storia già scritta, finita da tempo.

L’America è più vicina, sottotitola un articolo del "Corriere della sera" (17 novembre 2003), magnifico paradosso dell’inconsistenza del messaggio. E tuttavia è proprio così l’America è più vicina all’Italia. Il terrorismo ci ha "degnato" del suo ruvido tocco "storico" nobilitando la nostra esistenza politica all’interno della dialettica polare. Ogni cosa, inevitabilmente, appare trasfigurata e i lapsus dei killer dell’informazione non si contano più.

Tutti parlano di "eroismo", riferito all’azione degli uomini-italiani (come suona male se si esplicita la radice comune "uomini") morti nell’attentato; Mentana al TG5 evoca l’immagine del "martirio"; l’America – ci fanno sapere – si congratula con noi!!!

Come si può contraddire questa sequela di scriteriate e incoscienti affermazioni? Non si può, è tutto vero! È proprio così.

Anche "martirio" - che è stata una delle parole più forti pronunciate in questi giorni - in effetti vuol dire testimonianza. Il martire è colui che assiste al martirio e lo compie nella propria visione e coscienza ricavandone un significato trascendente. Ma il martire non è mai la vittima del martirio (corpo muto-mutilato) poiché il suo progress si conclude nell’evento. Martire è invece lo spettatore che sopravvive alla duplice natura della sua visione, come carnefice e come vittima. È un problema di sguardo, ed è un problema dello sguardo, di chi lo organizza, quello di inverare il contenuto della visione.

Siamo eccitati dai drappi di velluto rosso che adornano le bare durante la cerimonia di inumazione pubblica (cioè del pubblico) nella simbologia patriottica; dal pianto della madre, della moglie, del figlio; dalle - due volte fantasma - immagini dei militari morti nelle interviste rilasciate poco prima del fatto. Nessuno deve ridere e far ridere, ciascuno ha il compito di commuovere e commuoversi e di farlo in maniera diversa. Le infinite sfumature del dolore, potrebbe intitolarsi questo artificiale carosello che ha il compito di in-formare (formare dentro, o meglio da dentro) lo spettatore le cui retine sono state consumate dal medium stesso, dalla sua serialità.

Questo grottesco accanimento troverebbe spiegazione nella consapevolezza che non c’è più differenza tra sangue diverso, o che il sangue fa la differenza – come si diceva sopra – solo nella storia collettiva, ma non più nella coscienza individuale.

Antonio Scribano

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