logo drammaturgia.it
Home | Cinema | Teatro | Opera e concerti | Danza | Arte | Racconti e... | Televisione | Libri | Riviste
Punto sul vivo | Segnal@zioni | Saggi | Profili-interviste | I lettori scrivono | Link | Contatti
logo

cerca in vai

 
Torna alla bacheca


Duello a Dogville (dibattito tra Filippo Bologna e Marco Luceri)

Sofisticato e scorretto

C’è qualcosa di sofisticato e scorretto nell'ultimo film di Lars Von Trier (leggi la nostra recensione nella sezione Cinema).

Almeno due vizi insidiano l'integrità di questo film. Il primo è che per un autore è piuttosto semplicistico e manicheo condannare e disprezzare in egual misura tutti i propri personaggi eccetto il protagonista, sorry, la protagonista. Il secondo è che far ricadere la malvagità dell'individuo su quella della società è una scappatoia non proprio felice, che sa di vecchio film western bacchettone; di quelli in cui il reverendo di turno cerca di ricondurre la depravazione del pellirossa alla natura selvaggia di un popolo non ancora timorato di Dio.

Ho paura che con questo cupo tentativo di metafora sociale, con questa specie di Spoon River filistea e puritana, Von Trier abbia finito per deformare la forma del film sotto il peso del suo contenuto esemplare, adottando anch'egli lo stesso punto di vista degli abitanti di Dogville, moraleggiando con toni da salmo cinematografico come una sorta di Pastore al suo pubblico di pecorelle.

Quando dopo 3 ore di film, (dopo aver assistito ad ogni sorta di empie nefandezze concepibili in una città di dieci abitanti), finalmente scopriamo che anche la Kidman è umana, che anch'ella odia e desidera la vendetta come tutti i suoi simili, è forse troppo tardi perché il film è già finito. Le ignominie che l’eroina ha sopportato con rassegnazione e stoicismo degno di un fachiro sono riuscite al fine a indispettire anche la più angelica delle anime, e forse anche di qualche spettatore.

Ma come, non si doveva porgere l’altra guancia? No, il troppo stroppia.

Sarà forse un certo moralismo sotterraneo o un certo qualunquismo puritano a rendere affettato questo Dogville, certo è che la forma della sua poetica è quanto mai elegante. L'involucro è sofisticato, la scenografia ridotta allo scheletro disegna una planimetria dell'esistenza che svela le meschinità e le ipocrisie sotterranee della malvagia cittadina. Purtroppo non è cinema, ma teatro filmato, perché è quanto di più lontano dalla specificità del mezzo cinematografico. Anche se molti penseranno che nell'era delle contaminazioni linguistiche, ciò valga solo come un nostalgico giudizio reazionario, non è che lo sperimentalismo ad oltranza sia da apprezzare sempre e comunque in modo incondizionato.

Diviso in estenuanti capitoli che ricordano una ripartizione romanzesca, disseminato di colte citazioni che rinviano alle radici dell’America puritana (il ragazzo non a caso si chiama Tom, e da qualche parte si scorge anche un certo libro intitolato proprio Tom Sawyer) Dogville è una poetica riflessione sulla società che cade al di qua della meta ambiziosa che questa parabola cinematografica sembra prefiggersi.

E nemmeno il finale catartico col suo rogo purificatorio, dove finalmente accade ciò che dopo un ora di film avremmo già voglia di fare, ovvero bruciare "quella fogna di città" come dicono nei film americani, lascia intravedere una vera redenzione drammaturgica, ma anzi, il film si sgancia dallo spettatore con una pilatesca sentenza di indistinta condanna all'intolleranza e all'immobilismo dell’uomo. Che tutti brucino all’inferno, la società (americana? protestante? cattolica?) non è cambiata poi molto dal tempo dei roghi di Salem. Lars Von Trier. Amen.

Filippo Bologna

---------------------------

La realtà è ancora tutta da scoprire 

Caro Filippo,
non sono affatto d’accordo con le tue preziose osservazioni su Dogville.

Dici che c’è qualcosa di sofisticato e scorretto in questo film, ma è un'opera di Von Trier! Cioè di un regista che ha fatto della scorrettezza, della provocazione nei confronti dello spettatore e della critica una delle sue cifre stilistiche più importanti. E' il motivo per cui è amato o odiato nella stessa maniera, ed è il motivo per cui anche in quest'ultimo film ci dimostra quanto il cinema è sporco e scorretto.

Non credo che disprezzi e condanni in eguale misura tutti i personaggi eccetto la protagonista, è la stessa protagonista che si autocondanna a quello che tu chiami "stoicismo degno di un fachiro", perché lei è sottoposta ad un sottile ricatto prima da se stessa e solo dopo dalla società. Lei è la figlia di un boss, potrebbe da subito trasformare Dogville ed i suoi abitanti in cenere, ma è la sua decisione di recitare in un ruolo sociale fuori dal proprio che ci fa entrare in questo ambiente oscuro e malvagio. Non è questa una scappatoia infelice, né si scaricano le colpe dell’individuo sulla società.

La società, sembra dirci Von Trier è innanzitutto fatta di individui, non è un unicum indistinto ed ognuno tira fuori i propri istinti animaleschi con tempi e modi diversi. Qualcosa si rompe e genera questa malvagità quando si cerca di uscire forzatamente dal proprio ruolo sociale. Lo stampo brechtiano del film serve proprio a condurci alla tragedia finale che non ha veramente nulla di edificante, né di moraleggiante. Rimproveri il fatto che il personaggio di Grace sia monolitico nel suo stoicismo, mentre tenta per ben due volte di fuggire da Dogville già a metà film, già prima che i suoi indesiderati concittadini la circuiscano ignobilmente.

Inoltre parli di "teatro filmato" a proposito di un film che ha invece nel suo originale mezzo linguistico una cifra importante. Von Trier non è un semplice regista, è un autore, e quanto ci propone questo "cinema fusionale" non lo fa per snobismo intellettuale (del quale non avrebbe bisogno), ma per andare oltre l'avanguardia, per prendersi gioco di essa e di se stesso (Dogma 95 non era forse "la" Avanguardia degli anni ’90?): qui siamo nel Post-moderno. E' la stessa sottile straordinaria operazione linguistica fatta da Tarantino nel pregevolissimo Kill Bill. Centrifugare cinema, teatro e letteratura per costruire un palcoscenico che fugge dal realismo, per mettere il mondo vero fuori dal film (vedi le fotografie sui titoli di coda) è soprattutto un tentativo cosciente di rivelarci quanto il cinema possa essere ancora fresco nella sua cattiveria e non uno zombie che si aggira tra i fantasmi del suo stesso passato, compresi i roghi di Salem. La realtà è ancora tutta da scoprire.

Marco Luceri

[leggi anche l'interpretazione del film di un nostro lettore]




Invia una lettera alla redazione

Firenze University Press
+39 0552743051 - fax +39 0552743058
Borgo Albizi, 28 - 50122 Firenze

web:  http://www.fupress.com
email:info@fupress.com
© Firenze University Press 2013